D come dazi. Libero commercio e multilateralismo sono sempre stati i cardini , in assenza di un forza deterrente di natura militare, della politica estera dell’Unione Europea. Negli anni in cui l’arbitro indiscusso è sempre stato il World Trade Organization, ed in particolare l’organo deputato alla risoluzione delle controversie commerciali, la UE ha tessuto una rete a maglie variabili con tanti partner ovunque nel mondo, graduando l’intensità del rapporto, strettamente di natura commerciale ed economica, dalla formula più blanda dell’accordo di associazione e di partenariato, in vigore con numerosi paesi africani, al ben più ampio e strategico trattato comprensivo di libero scambio, siglato con paesi quali il Canada, l’Indonesia, Singapore, il Giappone ed altri.
Sebbene presentanti come accordi per sviluppare le relazioni commerciali, vi era una componente peculiare di natura politica, in particolare nelle numerose condizionali volte al rispetto dei diritti umani, dei diritti dei lavoratori e del rispetto dell’ambiente. Un modo non proprio come un altro per “esportare” in altri paesi quei principi etici, sociali ed ambientali che, considerati da un altro punto di vista possono essere definiti gli attributi fondamentali della democrazia. Furono queste le ragioni per cui, nel 2016 alla Turchia di Erdogan venne negata la modernizzazione dell’unione doganale che la lega all’Europa da oltre cinquant’anni, precludendone l’estensione a importanti settori come quello dei servizi.
L’Europa ha sempre creduto in un mondo globalizzato dall’eliminazione delle barriere commerciali ancor prima e più che dalle tecnologie digitali.
Probabilmente la Cina ha inaugurato la fine dell’illusione europea all’ombra del WTO, quando, trascorso il previsto periodo di transizione dal suo ingresso nel 2001, ha reclamato come suo diritto il riconoscimento dello status di economia di mercato, con tutti i benefici connessi, ma senza aver neanche avviato le riforme necessarie a tal fine, in primis l’uscita dell’autorità statale dai gangli vitali dell’economia del paese.
Per la prima volta l’Europa si è sentita indifesa, eppure allora non si sentiva ancora minacciata.
Veniamo ora al punto dei dazi, e di come oggi assumano un significato diverso. L’imposizione di dazi presuppone la necessità di difendersi, comunque si voglia chiamare il nemico: concorrenza sleale, overcapacità, sussidi statali.
Ma oggi la priorità per l’Europa non sembra più essere la difesa, ma l’intesa con nuovi partner. E’ quanto emerge dalla firma degli ultimi due accordi, con il Mercosur e con l’India. Non sfugge a nessuno che si tratta di una porzione del globo che sia in termini economici sia di popolazione rappresenta un unicum nella storia della politica commerciale europea.
La geopolitica a suon di merci può senz’altro rappresentare un’abile arma nelle mani della Commissione europea, ma resta un paradosso: il prezzo da pagare è l’accrescimento delle diseguaglianze, nel senso che la liberalizzazione dei flussi non è mai equamente distribuita tra tutti i settori economici. Ad esempio è già avvenuto negli ultimi anni che l’apertura dei mercati agricoli europei verso quei paesi come la Tunisia ed il Marocco, protagonisti di una svolta politica potenzialmente in grado di dare vita a governi democratici, abbia avuto un impatto negativo su tanti agricoltori europei, in produzioni chiave quali l’olio d’oliva o le arance.
Il paradossi è che essere i migliori non paga sulla scena globale, sopratutto quando anche in Europa un ceto medio sempre più impoverito premette il risparmio ad ogni altra considerazione di spesa.
D come debito. L’Europa lentamente, costretta dalle circostanze, si sta aprendo alla via del debito comune come opzione inevitabile per progredire nell’integrazione in ambiti nuovi, quali la difesa. E’ già successo con il NextGenerationEU; oggi sta accadendo di nuovo con lo strumento SAFE per il settore della difesa ed il prestito all’Ucraina. Ma anche qui c’è un prezzo da pagare, ed è quello della frammentazione. Preconizzata come inevitabile dallo stesso Mario Draghi, la geografia interna dell’Unione si ridisegna in aggregazioni modulabili a seconda delle circostanze. Inevitabile certo, ma non auspicabile.
D come democrazia. Questa parola è diventata un vessillo di identità sventolato con fierezza e quasi con un sentimento di superiorità nei tanti discorsi pronunciati dai vertici delle istituzioni europee. Eppure proprio la democrazia in Europa sta vivendo una crisi profonda manifestata dal calo costante della partecipazione popolare ai processi elettorali. Indifferenza e manipolazione ad opera di attori stranieri stanno corrodendo da dentro la grande tradizione democratica europea. Anche tra le stesse istituzioni europee la parola democrazia spesso non trova riscontro o applicazione, specialmente se il Parlamento europeo, privo ancora del potere d’iniziativa, si adopera a far valere il proprio peso in altri modi, come sta avvenendo proprio con l’accordo con il Mercosur.
C’è un’ultima D, certo, ma abbiamo voluto che restasse fuori campo, perché sin troppo ingombrante sui media. E’ quella di chi usa i dazi come un martello, il debito altrui come fonte propria di reddito e la democrazia come il ventre molle dell’Europa. Per molti è la vera causa di tutto, inclusa la potenziale disgregazione della UE, il nemico dei nemici sotto mentite spoglie. L’Europa attende e intanto si guarda intorno.
CLS